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Giovani calciatori tra sogni, tutor e psicopedagogisti

Come si costruiscono i talenti? Nel calcio professionistico ci sono esempi più o meno positivi, più o meno negativi, ma il migliore lo fornisce l’Atalanta, da tempo il più prolifico settore giovanile nazionale. I giovani calciatori nerazzurri crescono a Zingonia, vicino Bergamo, ma non è una città né un quartiere. Fu costruita negli anni ’60 dall’imprenditore romano Renzo Zingone. In origine doveva diventare la città ideale, integrazione tra lavoro, casa e attività ricreative e invece divenne un postaccio che oggi ospita però uno dei migliori settori giovanili d’Europa: quello dell’Atalanta. L’uomo che lo ha reso tale, e che ne è tuttora il responsabile, ha 78 anni e si chiama Mino Favini. Dopo la carriera da calciatore, 20 passati a dirigere il settore giovanile del Como e altri 20 a fare lo stesso all’Atalanta, Favini afferma che nei giovani il punto fondamentale è lo stop: da quello si giudica un giocatore. In questi anni la discussione sui vivai è stata una specie di perpetuo sottofondo, ma come fare? Osservare il funzionamento del vivaio dell’Atalanta – il primo in Italia e l’ottavo in Europa secondo uno studio recente – può fornire qualche indizio. Innanzitutto ci vogliono pazienza e idee, spiega Favini. «Noi siamo il contrario dell’Udinese. Loro prendono giocatori già selezionati, noi invece partiamo dai bambini di 8 anni e li portiamo fino al campionato Primavera, l’ultimo passaggio del settore giovanile». L’esempio perfetto è Gianpaolo Bellini, entrato nei pulcini e oggi capitano dell’Atalanta in Serie A. All’altro estremo ci sono i grandi club, che comprano molti giocatori di 16 o 17 anni. «La differenza è che i nostri ragazzi crescono per diversi anni seguendo gli stessi criteri di lavoro, «seguiti da persone che hanno giocato a calcio ma che hanno anche una preparazione culturale importante». Gli allenamenti tecnici si basano sulla ripetitività dei singoli gesti; per ogni ragazzo viene aggiornata una scheda ogni tre mesi. Tutti i ragazzi sono seguiti da una psicopedagogista e da tre tutor che controllano formazione e rendimento a scuola.465425_479783315380054_2051917517_o
Poi, naturalmente, ci vogliono soldi – il settore giovanile dell’Atalanta costa da solo ogni anno poco meno di 4 milioni di euro – e strutture adeguate: il centro sportivo dell’Atalanta comprende sette campi ed è stato appena rinnovato con un investimento da 10 milioni di euro e la costruzione di una nuova palazzina dedicata interamente al vivaio. Ne vale la pena a guardare l’elenco dei calciatori prodotti negli ultimi vent’anni dal settore giovanile dall’Atalanta: da Baselli a Tacchinardi, da Montolivo a Bonventura, da Pazzini a Zaza fino a Zauri e i gemelli Zenoni, e si potrebbe andare avanti a lungo. Hanno tutti una cosa in comune, di cui Favini è molto fiero: sono buoni calciatori, non fenomeni. «Noi non creiamo fenomeni perché i fenomeni non si creano. Noi formiamo dei buoni giocatori. La più grande soddisfazione è quando mi dicono che un nostro ragazzo che è andato a giocare in prestito si comporta bene, ha buona volontà e dedizione». Magari non diventerai un campione, ma se hai buone «attitudini» e molta voglia di lavorare l’Atalanta ti renderà un buon calciatore.Mino Favini
I ragazzi del settore giovanile dell’Atalanta sono quasi tutti bergamaschi o comunque lombardi. Quelli che vengono da fuori sono meno di 20 e vivono a Bergamo in una struttura gestita dalla diocesi. Il ruolo in campo si decide non prima dei 14 anni. Il lavoro sulla personalità negli ultimi anni è diventato più complicato. «Nel nostro mondo sono entrate persone che non c’entrano niente col calcio: i procuratori. A loro non costa niente lusingare un ragazzo e la sua famiglia: da lì nascono problemi ai quali non eravamo pronti. Noi facciamo notare i difetti prima dei pregi; i procuratori fanno l’opposto. Spesso dico ai miei ragazzi: leggete le formazioni dell’Interregionale. Molti di questi ragazzi erano ritenuti dei fenomeni, almeno da qualcuno fuori da qui. Adesso dove giocano? Nei dilettanti. Si tratta di ragazzi di buonissima qualità, però non hanno capito che occorreva qualcosa di più». Atalanta - FiorentinaSecondo Favini c’è un concorso di colpa. Da una parte l’esplosione del mercato dei calciatori minorenni ha reso più difficile un’adeguata formazione della personalità. Dall’altra parte c’entrano gli errori degli allenatori come lui. «Pur di vincere questo o quel torneo giovanile si è trascurata l’espressione del gioco. A volte l’importanza del risultato ha coinvolto anche me, perché vincere è bello. Qualche anno fa però mi sono accorto che stavo sbagliando qualcosa». Si è arrivati così a una generazione di calciatori con fragilità non solo caratteriali ma anche tecniche. In un settore giovanile che si vanta di produrre solo buoni giocatori, l’unico fenomeno che Favini dice di aver allenato è Domenico Morfeo. «Sicuramente il ragazzo più dotato che sia passato da qui. Non aveva una gran struttura fisica però era intelligentissimo. Capiva prima di tutti cosa sarebbe successo dopo due passaggi e là si faceva trovare».

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